15 Febbraio 2010
Ogm: c’è chi sceglie di non usarli

«Le condizioni dell’agricoltura reggiana, cioè con una dimensione aziendale limitata ed un forte livello di abitato, non sono per nulla vantaggiose, anche da un punto di vista puramente economico, per le coltivazione geneticamente modificate». È quanto afferma il direttore della Coldiretti reggiana Giovanni Pasquali nel commentare il tentativo di autorizzare in Italia la coltivazione di semi  geneticamente modificati (Ogm) che sono stati già proibiti in Francia e Germania dopo alcuni anni di coltivazione, a seguito di nuove acquisizioni circa gli effetti negativi sull’apparato intestinale, sugli organismi del terreno e sulla dispersione del polline, con contaminazioni derivanti dalla impollinazione incrociata tra coltivazioni transgeniche e non.
L’opposizione alla coltivazione del mais transgenico MON 810 da parte della Germania segue lo stop già venuto da Francia, Austria, Ungheria, Lussemburgo e Grecia.
«Le nostre aziende agricole sono di estensione medio-piccola. In media un’azienda reggiana coltiva circa 4 ha a cereali o a proteici per un totale su tutta la provincia di circa 20 mila ettari, un’estensione che in alcuni paesi oltre oceano si spartiscono in un paio di aziende – continua il direttore Pasquali. Un eventuale risparmio economico nell’uso delle sementi gm a ettaro rappresenterebbe una cifra assolutamente irrisoria nel totale dell’estensione media aziendale senza contare i problemi che negli anni le coltivazioni geneticamente modificate comporterebbero: come la resistenza agli anticrittogamici, la contaminazione del terreno, la distruzione dell’agroecosistema e della biodiversità».
D’altra parte - commenta la Coldiretti - il fatto che la superficie coltivata a mais transgenico in Europa è meno dell’uno per cento di quella totale, nonostante siano passati dodici anni dal suo arrivo nei campi dell’Ue, conferma che questo tipo di coltura non ha gli effetti miracolosi che gli vengono attribuiti dai favorevoli al transgenico. 
«L’agricoltura reggiana per essere vincente deve investire nella qualità e nella sua tipicità. Valorizzare le coltivazioni e le specie autoctone che aggiungono valore al prodotto finale e puntare ad appropriarsi dell’intera filiera – dichiara il presidente Marino Zani».
Sulla base dei risultati dell'ultima indagine annuale Coldiretti-Swg il 72 per cento dei cittadini italiani ritiene che i prodotti alimentari contenenti Organismi geneticamente Modificati siano meno salutari rispetto a quelli tradizionali.
Ne è esempio la Fattoria Fiori di Vetto, produttore di Parmigiano Reggiano, che si è certificata No Ogm dal 2007 e ad oggi ha ottenuto ottimi risultati in termini di qualità del prodotto e di riconoscimento dei consumatori.
 
«Ho iniziato a seguire un’alimentazione no ogm prima di richiederne la certificazione ed oggi dopo oltre 3 anni ho ottenuto davvero buoni risultati – spiega Pierpaolo Fiori, della Fattoria Fiori di Vetto. È migliorata la produzione del latte, la salute dei capi e complessivamente la qualità del prodotto finale. Commercializzo il 30 per cento della mia produzione in vendita diretta nel nord Italia e i miei clienti apprezzano la qualità del mio Parmigiano Reggiano ed hanno consolidato la fiducia nella mia azienda anche grazie alle certificazione no ogm. Il costo leggermente superiore che affronto con il mangime no ogm è ampiamente ripagato dalla migliore gestione della stalla e dal rapporto di fiducia con il consumatore».
«È questo – conclude Zani – il vero valore delle aziende agricole reggiane. Produrre in qualità e trovare la condivisione del consumatore. Il successo dei mercati di Campagna Amica e il trend in crescita delle vendite dirette ne sono la prova».
Coldiretti ricorda inoltre che l’autorizzazione al transgenico andrebbe a scontrarsi con il diritto degli agricoltori a mantenere le proprie coltivazioni non contaminate, non essendo ancora stato definito il piano di coesistenza, senza dimenticare l’assoluta contrarietà al rigurdo dei consumatori. Recenti studi sulla coesistenza condotti dal centro di ricerca internazionale di Nairobi in collaborazione con l’Istituto francese di ricerca per lo sviluppo hanno dimostrato che  le api possono trasportare il polline a molti chilometri di distanza, contaminando così le produzioni tipiche e la biodiversità a favore di un’omologazione da cui l’agricoltura locale non ha nulla da guadagnare.

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